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Jessica Bianchi da “Il Tempo” 20/12/15
Questa terra è la tua terra. La nostra. Quella di tutti. Una terra che sa essere madre, fonte di vita e nutrimento, ma anche matrigna, capace di tremare e scuotere ogni nostra certezza. This land is your land è il titolo del nuovo album della band carpigiana Flexus. Quello del trio, formato da Gianluca Magnani, Enrico Sartori e Daniele Brignone, è un disco controcorrente, totalmente suonato dal vivo. Un viaggio straordinario. Fisico e metafisico, attraverso il tempo e lo spazio. Il disco, raffinato, prende il nome dal titolo di una delle più struggenti canzoni del padre del folk americano, Woody Guthrie, e racconta il profondo rapporto che unisce l’uomo alla sua terra. Le nostre origini. Le nostre speranze. Anche quelle tradite. L’album ripercorre integralmente il concerto del Tour 2015 Storie di Terre, uomini, speranze e libertà: un viaggio in musica nel quale i nuovi brani originali dei Flexus (quattro gli inediti) si uniscono a oltre un secolo di canti di terre e libertà, sogni e lotte, attraverso una sapiente fusione di atmosfere folk, rock, etniche e d’autore. Una delicata miscellanea che ha un unico comune denominatore: la voce dell’uomo che, in tempi e luoghi diversi, canta la propria terra. A volte sussurrando, altre gridando.
“Il nostro – spiega Gianluca Magnani – è uno spettacolo infedele. Abbiamo riscritto, tradotto e riarrangiato brani che fanno parte del passato di numerose culture. I nostri pezzi invece sono nati direttamente sul palco, misurandosi immediatamente col pubblico. Ci siamo messi alla prova ma il risultato ci rende orgogliosi”.
A prenderci per mano in questo simbolico cammino è Cometa: primo dei diciassette brani del disco, tratteggia nella nostra mente una sorta di stella polare. Un punto luminoso al quale guardare. Un ideale aldilà e oltre. Santi e navigatori, alchimisti e indovini hanno scrutato i cieli e i mari; chi ha inseguito una moda, chi un libro a memoria, chi le voci della storia, chi una regola astrale, una mano indovina, un’antica disciplina… Io son partito da solo, nel silenzio del mio respiro, è iniziato il mio cammino. E a inseguire quel sogno, a intraprendere quel cammino è anche il protagonista di Cinque monete, altro intenso inedito del disco: la storia di un uomo, qualunque, in un posto, qualsiasi, che decide di partire. Abbandonando tutto, con sole cinque monete nella mano. A caccia di un sogno, una speranza. Una vita diversa. Dignitosa. E’ il viaggio, quantomai attuale e drammatico, del migrante ma è anche quello intrapreso da tutti coloro che non si accontentano. Che, con una stella come rotta da seguire, si imbarcano su una nave, simbolica o reale che sia, verso un posto da scoprire. Verso un altrove che possa essere foriero di speranza. “Una sorta di favola immaginaria – prosegue Magnani, voce e autore dei pezzi – che può raccontare la storia di chiunque desideri partire, lasciandosi tutto alle spalle”. E poi arriva Terra tienimi in ostaggio, una dolcissima ninna nanna donata dalla scrittrice friulana Chiara Carminati ai Flexus, dopo il sisma. Un brano che culla. Lentamente. Delicato inno alla vita che rinasce. Sempre. Quando l’ombra mi danza alle spalle, fammi prendere forza dal sole e se pioggia non bagna la pelle, dammi cibo da pietre e parole… fammi cresce un poco alla volta… sollevami al cielo come voce di una preghiera. Incalzante è invece il ritmo de La casa va a fuoco, bruciante come il rimpianto di non avere più tempo. Di aver rinunciato ai propri ideali, alle proprie aspirazioni nel nome del pragmatismo dei padri. I miei sogni me li sono portati a letto e ci ho fatto l’amore fino a farli sanguinare e li ho lasciati in quel letto per sempre a dormire. E il tempo che scorre, è quello amaro dell’abitudine: anni di sudore, sbaglio dopo sbaglio, ardore dopo ardore, restando a boccheggiare in pochissimi spasimi di cuore. Ma pareva che così fosse normale, l’abitudine come un medicinale. Poi la mia certezza si è incrinata poco a poco, mi sono voltato e la mia casa va a fuoco… E quando ogni certezza è caduta, quando ogni sogno è sfumato, quando il viaggio della vita volge ormai al termine, cosa rimane? Ora sono troppo vecchio e poco saggio, ho troppi anni ormai per avere coraggio. Accanto ai quattro inediti però ci sono altri tredici brani da riscoprire: dal Brasile di Peixinhos do mar al Sud Africa di Shosholoza, dai Balcani di Mostarski ducani all’Irlanda della sognante e antica ballata The Foggy Dew. A rendere prezioso questo disco, registrato, mixato ed editato da Simone Prandi, sono poi i tanti amici e musicisti che hanno dato il proprio contributo: il violinista e mandolinista bosniaco Mario Sehtl, il polistrumentista Enrico Pasini, la voce di Elisa Meschiari, la fisarmonica di Alessandro Pivetti, le percussioni di Sebastiano Fagnani e i fiati di Davide Vicari. Straordinaria e struggente è la sonata Calliope house, di cui il violinista irlandese Christopher Patrick Dennis (per vent’anni musicista dei Nomadi) ci regala un’intensa interpretazione tutta da assaporare. A occhi chiusi.
Altra chicca imperdibile è il ritmo tsigano di Al chiar di luna (Mesecina) brano tratto dalla colonna sonora del film Underground di Emir Kusturica: a raccontare l’assurdità della guerra e il senso di straniamento che ne deriva (Non c’è più sole, non c’è più luna, non ci sei tu, non ci sono più io. Non c’è più niente! Ci ha coperto il buio della guerra: ci ha coperto il buio…) sono le strepitose sfumature del violino di Mario Sehtl. Impagabile.
Da scoprire anche Shosholoza (parola zulu che significa “andare avanti”): cantata dai minatori della Rhodesia, divenne poi un inno alla libertà che accompagnò la prigionia di Nelson Mandela a Robben Island. E dalla nostalgia di casa evocata in Cielito lindo, nell’elegante interpretazione di Elisa Meschiari, il viaggio si chiude con le parole di Woody Guthrie: percorrendo quel nastro di strada, vedendo sopra di me quell’infinita strada nel cielo, vedendo sotto di me quella valle tutta d’oro, dissi: questa terra è stata creata per te e per me.
“Questo disco è un regalo che ci siamo fatti – sorridono Gianluca Magnani e Enrico Sartori – e con noi, sul palco, abbiamo voluto tutti gli amici che da anni collaborano coi noi. La nostra famiglia musicale. Non troverete un sound riconoscibile ma numerose commistioni. Ci siamo lasciati contaminare dall’altro. Il risultato di questa libertà non è convenzionale, al contrario. Vorremmo che ascoltando questo disco, un messaggio passasse. Forte. La multiculturalità esiste. Le culture, nella musica, possono fondersi, contaminarsi, contagiarsi reciprocamente, dando vita a qualcosa di nuovo e straordinario”.
Canti di lotta, resistenza, gioia e speranza trovano in This land is your land una sintesi perfetta, dove voci senza tempo ritornano. Rese eterne dalla musica.